Socrates beve l'hemlock – (Gioacchino Assereto) Precedente Successivo


Artista:

Formato: 129 x 106 cm

Museo: Fondazione Cariplo (Milan, Italy)

Temi: Olio Su Tela

All'inizio del XVII secolo a Genova c'era la rapida diffusione del neostoicismo sostenuto nelle Fiandre da Giusto Lipsio (1547-1606), autore di studi filosofici sul rapporto tra politica e morale, condotto alla luce della riscoperta dei testi di Tacito e Seneca. Questa predilezione per Lipsio, che risponde senza dubbio ad un canone di rinnovamento complessivo dell’aristocrazia della città, assume un ruolo importante anche nel mondo dell’arte, a cui ha contribuito la presenza di Peter Paul Rubens, che vantava una frequentazione diretta del filosofo, mentore del fratello Philippe, anche testimoniato dal ritratto di gruppo Lezione del Filosofo Giusto Lipsio ad Anversa (1611 circa) conservato nella Galleria di Palazzo Pitti a Firenze. All’interno di questo fermento culturale si trova l’opera di Gioacchino Assereto, che fin dalla sua giovinezza si era grappata di soggetti tratti dalla filosofia e dalla storia antica, tra cui The Infant Servius Tullius con i suoi Capelli in Flames (Art Collection of Banca Carige), Phocion Refuses Alexander’s Gifts (Nantes, Musée des Beaux Arts) e The Death of Cato (Genova, Palazzo Bianco). Un interesse che probabilmente ebbe un rinnovato slancio dopo il viaggio del pittore a Roma nel 1639 quando, concepibilmente, riuscì a entrare in contatto con il Marchese Vincenzo Giustinani, grande collezionista di Caravaggio e appassionato conoscitore del mondo antico, che all’epoca stava preparando la “Roma dei filosofi” con una serie di dipinti ammesse dai precetti neostoici, come La morte di Seneca Destinato a qualsiasi elemento narrativo, il dipinto è costruito su un dialogo intenso, di straordinario potere espressivo, di gesti e di sguardi tra il filosofo e il suo tormentatore che intersecano in diagonali opposte per mostrare il diverso temperamento dei personaggi e la loro opposta statura morale; entrambe le figure appartengono a un'autentica umanità che corrisponde alla completa accettazione dell'artista di tendenze naturalistiche, certamente maturate sui modelli di portata internazionale, il contatto con cui è stato facilitato il ruolo culturale trasversale. Nel saggio apparso in “Dedalo” nel 1926, da cui ebbe inizio il recupero critico del pittore, Roberto Longhi fu il primo a stabilire un rigoroso confronto stilistico tra Diego Velásquez e la “Grande Assereto

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